IL NEOLITICO


Questo periodo era stato preceduto da un ciclo detto del MESOLITICO, cioè "di mezzo", che dal Paleolitico che abbiamo in precedenza visto, non ha caratteristiche spiccate molto diverse. Il tipo di uomo che s'incontra  che si è diffuso dall'Africa all'Asia é sempre quello che abbiamo accennato, ricollegabile al tipo Cro-Magnon;   ma con alcune sensibili differenziazioni: infatti, nel corso di questa grande diffusione poligenetica che é evvenuta negli ultimi 30.000 anni (1200 generazioni) c'è la comparsa dei brachicefali e dei mesaticefali. . Nel primo troviamo gli uomini a cranio corto in Oriente, mentre nel secondo in Occidente a media lunghezza. In entrambi i luoghi, si fissano anche altre caratteristiche che ritroviamo nelle razze e nei gruppi attuali. Compresa anche l'altezza e il colore della pelle. In Europa si definirono tre grandi zone: a) un'area settentrionale (Inghilterra, Scandinavia, dal nord della Francia alla Russia) popolata da dolicocefali ad alta statura; b) una parte centrale (sud Francia,Italia centro settentrionale, sud Germania, Balcani) occupata da brachicefali (o tipo alpino- diametro cranio longitudinale e traversale uguale) a statuta media; c) la regione mediterranea infine, con un tipo dolicofefalo, cioè con cranio allungato e a bassa statura (penisola iberica, Italia meridionale, Grecia). Quasi identica questa variazione genetica in Oriente.
Nel mesolitico la maggior parte degli studiosi é solita collocare anche i primi abitatori del continente americano, e anche qui da un unico gruppo, nel corso di trenta millenni sopravvengono diversità.

Questo periodo che inizia   appunto  30.000 anni a. C., é l'età in cui l'uomo creò-  solo in alcune zone - le basi fondamentali della civiltà e della società. Periodo che a sua volta si divide in due parti. La prima è di circa 22.000 anni detto PRECERAMICO il secondo gli ultimi 8.000 anni,  CERAMICO.
Da non dimenticare che in alcune zone isolate pur con  le stesse potenzialità non accadde nulla. Nel 1770 la spedizione di Cook, trovò gli abitanti ancora alla cultura neolitica a scheggiatura unifacciale.

Nel primo periodo si è diffusa la colonizzazione su regioni disabitate sulla spinta di genti in cerca di nuove terre; nel secondo  inizia invece la vera e propria "rivoluzione neolitica", quando si andarono mano a mano gli abitanti trasformando da cacciatori e raccoglitori,  in allevatori e agricoltori.
Quasi tutti gli insediamenti neolitici nel primo periodo furono semistabili in gran parte d'Europa, nel Nord Africa e i Medio Oriente, in quanto l'abbondanza di terre consentiva brevi cicli di sfruttamento, della fauna innanzitutto e successivamente della flora. Dobbiamo a questo intenso nomadismo  con  insediamenti in certi territori più o meno lunghi,  lo sviluppo autonomo e discontinuo di alcune popolazioni con determinate caratteristiche, che nell'arco di 1200 generazioni divennero poi ereditarie sia nella sua linea genetica che negli aspetti culturali.

Nomadismo, seminomadismo e insediamenti sono le tre caratteristiche principali che avranno nello sviluppo culturale, sociale e spirituale, una importanza enorme. Ma il più importante resta quello del tipo di alimentazione che abbiamo già accennato nel precedente capitolo del Paleolitico e che influenzerà enormemente  la genetica.
Il nomadismo proseguirà nelle regioni del nord (sopra il 45° parallelo) fino al 1500 d.C., il seminomadismo si arresterà  nel 2000 a.C.  nel sud Europa (Francia, Spagna, Sud Italia, Grecia ) , mentre lo stanziamento fisso  nella zona dei grandi fiumi è nel 10.000-8.000 a.C. già un fatto compiuto. (Nilo, Tigri, Eufrate - nel primo nella zona sud, negli altri due in quella a nord. Clima e vegetazione hanno sempre condizionato queste grandi migrazioni.

Il movente principale di questa grande seconda migrazione, coincide con gli anni quando la quarta glaciazione di cui abbiamo parlato in precedenza sta giungendo al suo termine. Il clima favorevole alla vegetazione, lentamente ha riportato gli insediamenti umani nelle regioni che  - con la prima migrazione -aveva in precedenza  colonizzato. L'arretramento delle grandi foreste fa però anche scomparire dalle zone temperate i grandi animali erbivori, favorendo la proliferazione di quelli  di media statura (renne  ecc)  o i piccoli animali carnivori, più agili, meno facili a catturare, e nelle prede anche competitori con l'uomo ,   proprio mentre si stavano formandosi i primi   raggruppamenti sociali con grandi esigenze alimentari dentro le grandi e piccole   "famiglie".

Questa glaciazione é giunta al termine  ma ha provocato  non pochi problemi per i nuovi colonizzatori della seconda ondata. Infatti, l'aumento della temperatura (fra i 20.000 e i 6000 anni a.C) se da una parte ha restituito  grandi estensioni di terre, dall'altra ha provocato dei grandi cataclismi, grandi alluvioni proprio in quelle zone dove clima e vegetazione avevano ripreso nel corso di 200 secoli il lento iniziale sopravvento.
Di queste alluvioni di grande portata ve ne furono ciclicamente molte. Considerate come diluvi universali almeno quattro, con il penultimo verso il 6000 a.C., poi quello del racconto biblico nel 3000 a.C  - che è uno degli ultimi con caratteristiche apocalittiche - E'  ricordato nelle leggende cinesi, indiane (Mana), sumeriche (Gilgamesh), (greche (Deucalione), e infine in quello biblico. Ma le analogie non sono tali da poter stabilire se il diluvio di Noè era lo stesso narrato da altri nelle loro leggende. Nella Bibbia c'é  una fusione di due narrazioni di fatti tra loro indipendenti che oggi sappiamo (con l'archeologia) avvenute in epoche diverse. L'estensore o gli estensori, dai racconti orali misero insieme fatti e personaggi che sono invece accaduti indipendenti gli uni dagli altri e perfino in epoche diverse. D'altronde la Bibbia non insiste tanto sui particolari quanto piuttosto sul significato morale dell'avvenimento.

I numerosi diluvi evidentemente lasciarono negli uomini primitivi un'orma indelebile, ed essa rimase viva anche nella memoria dei posteri. Ma non esiste zona della terra dove non si sia verificato (e si verificano ancora oggi) almeno uno di questi cataclismi, e gli archeologi (perfino gli esegeti - i critici dei testi sacri) su quello biblico ne restringono l'estensione geografica, quindi una negazione  universale anche antropologica.

Se una matrice comune esiste, è solo quella spirituale, il simbolismo  religioso vuole che una divinità punisca gli uomini e un popolo. E come sappiamo non esiste popolo che non abbia avuto al suo interno i corrotti,  quindi specularmente si sono sviluppati i fustigatori di costumi, gli apocalittici, quelli che preannunciano sciagure dalle divinità offese  (ognuno la sua) . Un tema mitico, molto diffuso a tutti i livelli culturali e in ogni zona del pianeta.   Geologicamente di Diluvi 37 se ne contano in America, 4  in Europa, 13 nell'Asia, 9 in Australia ed isole australi, 5 in Africa. I sedimenti che lasciano le alluvioni oggi sono stati analizzati. Sono facilmente databili con la massima sicurezza Quello di cui parla la Bibbia, a Ur è stato confermato con gli scavi, rinvenendo  uno strato di limo di circa 5 metri. Ma scavando ancora se ne sono trovati altri tre, avvenuti in precedenza che testimoniano altre grandi apocalittiche alluvioni, di cui la penultima nel 7000-6000 a.C.  nel periodo climatico più caldo che  favorì  lo scioglimento dei ghiacciai.
A quell'epoca - se ci riferiamo a quello biblico - in Egitto non era accaduto proprio nulla di simile, salvo le grandi e ciclice annuali piene del Nilo che nel periodo del diluvio mesopotamico erano addirittura perfino diminuite di intensità.
Fra l'altro il periodo delle precipitazioni e quindi delle alluvioni  in Egitto si verificano "sempre" solo alla fine dell'estate  inizio autunno, mentre in Mesopotamia le grandi piogge e le conseguenti piene arrivano "sempre" in primavera.

Inoltre in Mesopotamia le condizioni climatiche del territorio erano molto diverse che in Egitto, era l'opposto. Infatti, per l'aumento della temperatura, a nord dei due grandi fiumi (Tigri e Eufrate) c'era lo scioglimento dei ghiacciai;  il grande flusso di acque si sommava alle precipitazioni nei lunghi periodi delle grandi piogge primaverili, e l'alluvione diventava  catastrofica.
Mentre in Egitto lo stesso fenomeno climatico postglaciale stava invece desertificando l'intero Egitto, il Sudan, l'Etiopia, l'Uganda e il Kenia, zone dove non solo nasce il Nilo ma era  proprio la zona della culla dell'umanità.
Un clima torrido che fin dall'inizio di questo Neolitico, iniziò a spingere queste    popolazioni  sempre di più a valle, e solo sulle rive del grande fiume, lungo 6671 chilometri. Tutt'attorno sempre meno vegetazione, fino a scomparire del tutto lasciando immensi territori  privi di flora e di fauna: formando i grandi deserti.
Questa lenta migrazione umana durata circa 20.000 anni,  fino al 6000 a.C. si arrestò nell'alto Egitto; zona comprendente la  Nubia, Assuan, Tebe,  Abito, Licopoli (Assiut). Territori  dove il Nilo scorre tra monti e colline dentro una valle che solo in certi punti raggiunge i 16 chilometri di larghezza. I villaggi, sorsero ai lati, in alcune alture. Mentre la proto-agricoltura, ormai diventata una necessità col l'estinzione della precedente flora nelle foreste scomparse, cominciò ad essere praticata nelle due sponde del fiume quando ritirandosi le acque delle piene, il Nilo lasciava ampie zone di terreno fertile proprio nel periodo ideale per la germinazione spontanea dei semi o delle piante che vi crescevano. (In settembre-ottobre).

Nel basso Egitto, da Assiut al Delta la zona rimase invece invivibile perché paludosa fino al Delta. In questo tratto il fiume scorre con una larghezza anche di 20-60 chilometri  su una pianura che in 600 chilometri di profondità  ha un dislivello di soli 40 metri s.l.m. (come dire il Po da Torino (che é però a 239 metri s.l.m.) fino all'Adriatico). Nel Delta poi,  largo 200 Km, la situazione era ancora peggiore: gli ultimi 260 km  il dislivello è solo di 8 metri mentre il fiume si alza in  zona (oggi Il Cairo) di 7 metri. Significa che durante le  piene il territorio veniva quasi sommerso, ed  essendo le grandi piogge a fine estate (1 settembre) non verificandosi nel corso dell'autunno l'evaporazione, come invece avveniva in Mesopotamia,  al ritirarsi delle acque la zona diventava una immensa palude    inaccessibile; e dove era possibile, non sempre i vecchi canali scavati dal fiume erano praticabili;  intasati di fango facevano cambiare ogni anno il corso ai vari rami del delta modificando continuamente il territorio, interamente piatto senza la minima altura per mettervi degli insediamenti. Questi ultimi farli su questo tavoliere   era quasi impossibile. Un anno l'acqua e il limo erano quasi davanti alla porta, l'anno dopo a 50 chilometri di distanza.

Questo diversità nel fenomeno piene  causò svantaggi e vantaggi ai due paesi. E in entrambi - come vedremo - anche una grande trasformazione culturale ed etnica. Oltre che una diversificazione politica nell'organizzazione dello stato.

  Restiamo in Africa; Se il fenomeno piene  rendeva  inabitabile il Basso Egitto, nell'Alto era invece ben gradito. Quando questi  insediamenti umani scoprirono i vegetali come prodotto sostitutivo della carne, soprattutto i cereali, essendo il terreno  arricchito dal limo ma soprattutto morbido, scoprirono che si prestava alla ideale spontanea dimora    dei semi per i raccolti nella successiva primavera-estate. Mentre in Mesopotamia, il ricco limo si depositava in primavera,  ma poi, con l'evaporazione diveniva subito secco nel resto dell'anno, fino alla successiva primavera;  era  cioè difficile da lavorare e  non permetteva - salvo qualche estate di anni piovosi -  di far germogliare i semi, nè quelli spontanei nei i primi messi a dimora dall'uomo.

In entrambi i paesi c'era questo squilibrio della natura. Ma ora c'erano  gli uomini che avevano da un paio di millenni scoperto i segreti dell'agricoltura e il pascolo degli animali. E se in precedenza  nel Mesolitico erano sorte già piccole  comunità,   con gli insediamenti agricoli erano sorti grandi insieme di persone; villaggi   di 1000, 2000, 3000 individui. Più piccoli, arcaici e meno organizzati invece quelli in Egitto, spesso molto lontani gli uni dagli altri, anche se avevano il vantaggio di essere su un'unica direttrice fluviale.

Unitamente però erano nate anche  le prime contese fra i villaggi per i territori da coltivare. Quando si ebbe la percezione che sui terreni dei fiumi c'erano i grandi doni della terra e  i vegetali e i piccoli  animali domestici d'allevamento stavano diventando le uniche risorse alimentari disponibili,  si capì subito che le vecchie contese non erano vantaggiose, e che da soli imbrigliare il grande fiume non era  un lavoro facile, ma molto complesso, che richiedeva grande risorse umane e soprattutto coordinamento. Questa necessità di dominare la natura  fece gettare le basi della vita moderna come organizzazione. E dove nasce una organizzazione, sorge subito  la necessità di disciplinarla con un uomo saggio, con una autorità, con un capo.
Questa esigenza  forse nacque proprio per regolamentare e controllare  i canali che portavano o facevano defluire le acque, irrigando o prosciugando i terreni. E per far questo ci voleva una istituzione, degli addetti: cioè servizi, formati da uomini sempre più capaci in specifici compiti, e anche questi da disciplinare e coordinare. Quindi sorse la necessità di un grande capo e di una nuova istituzione. Me se prima costui operava  e si occupava semplicemente della vita comune dentro il suo piccolo gruppo, quando iniziarono ad essere i gruppi numerosi, distanti, ma tutti uniti dalle stesse  necessità, l'autorità del capo e dell' istituzione divenne formale. Da saggio si trasformò in tecnocrate.  Era il primo passo per tramutarsi  nella quintessenza del formalismo, non solo sulla logistica ma anche sull'intera vita quotidiana, mettendo le prime regole  e varando le prime "leggi" anche di catattere civile e morale,  circondando così la sua persona di carisma  sempre più alto fino a divenire sacro. E' la nascita del primo re o del primo "governatore" di un territorio, cioè di un regno. (re  è l'etimo di rag, o rak, che ha la nozione non solo di reggere , comandare, dominare, ma anche di splendere).

Duemila anni prima dell'Egitto dei Faraoni (quindi nel 5000 a.C.) qualcosa del genere accadde proprio sulle sponde del Nilo Alto. Un abbozzo di convivenza civile organizzata in un modo semplice, contadina.
L'origine del neolitico protoceramico in Egitto, prima di questa data  non è per nulla chiaro. Sappiamo che gli abitamti dell'alto Egitto erano di origine camita  del centro Africa (a pelle scura). Quindi facevano parte di quel gruppo indigeno rimasto sempre sul luogo anche dopo la seconda migrazione avvenuta 30-40.000 anni fa. Poi   come abbiamo letto, fattosi torrido l'ambiente, nel 20.000 a.C., molti gruppi emigrarono e scesero lungo il Nilo, sviluppando autonomamente nei successivi due periodi di 10.000 anni, la loro cultura, il loro linguaggio e la proto-ceramica. Tutto tipicamente indigeno.
E' caratterizzata come Cultura  Neolitica Amraziana il primo periodo; Nagada I il secondo. (Teniamo a mente quest'ultima!  Con la Nagada II (o gerzeano) si verifica in Egitto uno sconvolgimento etnico e politico. Decisivo forse sia nello sviluppo della civiltà faraonica sia per  la nascita del Regno del Basso Egitto. Oltre tutto il resto che leggeremo).

Sono le due prime fasi della storia egiziana (molto oscura) dove l'ingegnosità umana anche qui scoprì i mezzi per procurarsi  benessere con una elaborata divisione del lavoro. Benessere che in Egitto prima di ogni altro luogo, fece subito nascere una dignità e una posizione sociale creando seri problemi sulle differenze razziali, tali da  prendere progressivamente delle distanze da altri gruppi dello stesso ceppo. In 20 mila anni gli "Egiziani" portandosi e sgranandosi lungo la grande vallata nella rigogliosa vegetazione, e ormai vivendo in ombrose abitazioni e non più nella savana,  avevano cambiato  perfino colore della pelle ed   era nata   per questo motivo (ma soprattutto per la competizione a difendere la propria posizione sociale e l'occupazione) una vera e propria separazione razziale. Fino al punto che nel 3000 a.C. (abbiamo testimonianze scritte)  il governo egiziano della prima dinastia stabilì un centro di immigrazione ai confini meridionali del suo dominio per controllare la migrazione di gente di colore verso il nord. Molto facile a controllarsi visto che l'unica strada accessibile era quella fluviale.

Le altre popolazioni che avevano abbandonato il luogo d'origine, nel corso degli stessi anni si erano portate in Asia e in Europa, e con quella differenziazione di cui abbiamo già parlato, si erano insediati sui territori, creando nel corso di 300-400 secoli (1200-1600 generazioni) anche loro alcune particolari caratteristiche morfologiche e somatiche che abbiamo già letto, compresa  anche il colore della pelle, divenuta albina, dovuta a una sempre meno carenza di melanina,  che a nord con meno radiazioni UV,  i geni  avevano perso perfino il ricordo di come produrla visto che non era più necessaria alla pelle, ai capelli e agli occhi.
Molte delle trasformazioni citate sono connesse tanto all'alimentazione e alla differenza fra la vita all'aperto e quella fra quattro mura, quanto ai mutamenti del clima. L'organismo umano è molto malleabile variando questi fattori. E mentre quelli emigrati a nord dell'Asia  o i negri che rimasero al centro dell'Africa si adattarono alla vita di ambienti fisiologicamente difficili,  gli altri scegliendo territori con condizioni climatiche ideali non solo si avvantaggiarono di una particolare alimentazione dotata dei più essenziali amminoacidi e vitamine, ma non impegnarono soprattutto il loro sistema vascolare a mantenere il corpo caldo o freddo. I frequenti sbalzi termici, costringono il sangue a scorrere nelle estremità del corpo sottraendo la indispensabile circolazione e fluidità del sangue nella parte alta, nel cervello, che   - quando è impegnato in attività intellettuali - necessita di grande apporti nutritivi, oltre che di ossigenatura.

Questi importanti fattori fisiologici, ambientali ed alimentari,  ancora più vantaggiosi se simultanei e coincidenti,  avevano così modificato non solo le qualità specifiche somatiche ed epidermiche, ma pure le varie intelligenze, anche se   queste popolazioni l'accelerazione culturale anche loro l'ebbero alla fine della glaciazione, quindi nel 10.000 a.C.

Il focolaio dove si sono sviluppati più di ogni altro luogo ingegno, capacità, creatività e fantasia nell'uomo, é l'altopiano dell'Anatolia, ma in modo particolare su quello degli Elburz (a Nord le sponde del Caspio, a sud Teheran, a est l'antica e ancora sconosciuta Tracia (da non confondere con quella conquistata dai Romani, 5000 anni dopo) .

Qui  in Anatolia nasce  e si forma la prima culla della civiltà moderna: la "rivoluzione neolitica". Questa volta però diffusa, e non "chiusa" (rimasta - e rimarrà arcaica nonostante le bellezze del "mal della pietra") come quella egiziana su un unica direttrice, sul Nilo, su un'unica linea di 5000 km, con un unico governo, assoluto, onnipotente perchè teocratico, facile da organizzare,   unificare e controllare.
La civiltà nel perimetro iraniano mesopotamico  si forma invece su un ambiente molto vasto, a raggiera, con condizioni climatiche ancora migliori e con continui contatti tra le genti, quindi una maggiore assimilazione di altre culture che nei territori limitrofi stanno sbocciando in modo diverso e autonomo, ma che poi nei numerosi contatti s'integrano e si sviluppano reciprocamente in  forma esponenziale.

Le competizioni non mancheranno, e saranno questi i motivi della precaria unificazione (ma paradossalmente proprio i conflitti stimolano gli ingegni) . La civiltà egizia (lo sappiamo dalla loro storia scritta, e dalle loro modeste tecnologie) si   "chiuderà"   per 3000 anni in un unico stato accentratore con una spiccata  vocazione egocentrica, mentre  in Medio Oriente nello stesso periodo nei vari Stati le "aperture" sono molto  frequenti. Traumatiche ma anche provvidenziali.  Personaggi energici e carismatici crearono gruppi, tribù, regni, imperi, che sottomettevano gli altri, e quelli sopraffatti  dopo un certo periodo riprendevano il sopravvento. In questo continuo mutamento,  uno Stato con la sua cultura s'integrava con l'altro. E se ognuno ne aveva creata una autonoma di cultura, nell'integrazione subìta o fatta subire, il patrimonio di conoscenze si unificava, si   raddoppiava e si moltiplicava ininterrottamente. Gli stessi sistemi politici subivano reciproche influenze.

Il gruppo che solo in seguito diventeranno i Sumeri sono nella migliore posizione: sono al centro di una umanità in continua evoluzione.  A sud ovest avevano i nomadi arabi. A sud un popolo di navigatori (nel Golfo Persico nelle Isole Bahrain e dintorni sono migliaia i tumuli neolitici ancora sepolti). A  ovest  l'Iran, l'Anatolia, e la Siria,  oltre i monti il Libano, e ancora più ad occidente nel Mediterraneo, Cipro era già popolata e a Creta gli insediamenti neolitici erano già millenari.
I futuri Sumeri avevano quindi indubbiamente  con la maggior parte di questi popoli, rapporti commerciali quindi assimilavano altrettante preziose culture autoctone, come vedremo più avanti.

Non dimentichiamo  però altri gruppi  che avevano abbandonato anche loro  il centro Africa, ma poi,  giunti in Asia Minore si erano poi diretti chi a est e chi a ovest (vedi il tracciato sull'immagine di apertura)
In occidente, in Europa - circa 28.000 anni fa - nei primi nuovi insediamenti si era sviluppata la cultura neolitica Gravettiana; presente in Belgio, Spagna, Francia.   Poi 18.000 anni fa,  seguì la cultura  Solutreana e Magdaleniana, con alcune presenze in Italia in Calabria (Romito e Praia a Mare), nel Veneto (Tagliente), in Liguria (Arene C.),  in Francia (Bourdeilles e Dordogna).
Proprio  in Francia 16.000 anni fa i numerosi uomini neolitici europei che abitavano nella maggior parte le grotte, ci hanno lasciato pregevoli raffigurazioni pittoriche sulle pareti; le principali e le più straordinarie a Lescaux e ad Altamira ecc.
Contemporaneamente anche in Italia, nelle grotte del Fucino, in Abruzzo e a Otranto (Grotta Romanelli)  iniziarono a vivere  le prime popolazioni   semi-sedentarie.  D'estate,  erano nomadi in cerca della grande selvaggina che si era ormai diradata, mentre   d'inverno svernavano in grotte vicino al mare, quasi sempre esposte a sud.
L'ambiente ancora molto ostile. La difficoltà a procurarsi cibo doveva essere enorme, visto che per circa 6000 anni (240 generazioni)  saranno costretti questi nostri progenitori a cibarsi di molluschi (cosa mai avvenuta prima), di serpi, o con i pochi piccoli selvatici mammiferi erbivori che c'erano in giro, i pochi che scampavano alle fauci dei carnivori.
Alcuni gruppi, quasi alla fine di questo periodo (10.000 a.C.) decisero di emigrare. Alcuni si spostarono in Calabria,  altri invece risalirono la penisola in cerca di zone migliori. Alcune tracce di queste migrazioni  sono state individuate  in Campania, nel Lazio, in Umbria, in Toscana e in Liguria. Ma mai in forma stabile, pur essendoci le condizioni ideali.
Il nomadismo senza tregua,  la tanta dispersione di energie, quindi l'assenza di prolungati stanziamenti non permisero certo  la immediata scoperta dell'agricoltura, dell'allevamento e lo sviluppo dell'artigianato. Si viveva alla giornata. Qualche abbozzo in queste arti ci furono, ma occasionali, molto grezze, spesso dettate dalle circostanze, senza una continuità nel trasferire alle successive generazioni, quanto si era appreso, imparato o scoperto. E come i periodi  di carestia anche gli spazi di tempo culturali erano periodici. Non c'era tempo e non c'era soprattutto una residenza fissa, nè ci poteva essere  la vegetazione spontanea adatta all'alimentazione per lunghi periodi, questa era ancora molto rara e povera. I frutti - come li intendiamo noi oggi - quasi inesistenti. In giro solo alcune bacche selvatiche.

Invece nelle zone che abbiamo citato più sopra, in Anatolia, Iran, Iraq, Palestina, Libano, Creta  e dintorni,  le cose andarono molto diversamente. Gli insediamenti fissi furono numerosi, accrescendo e arricchendo culture e tecnologie. In breve divennero  le più avanzate di ogni altro gruppo umano. Gli altri, avevano scelto 20.000 anni prima il nomadismo, mentre queste popolazioni  erano rimaste sempre sugli stessi territori in questi  stessi 200 secoli (800 generazioni)   scoprendo - anche loro - a causa della carenza di fauna, straordinarie alternative alimentari per sopravvivere. Si erano organizzati  gruppi, e dentro questi   erano stati separati i compiti, creati degli addetti di un unico settore, e con la ripetitività nel fare il proprio mestiere costoro migliorarono col tempo le culture, l'organizzazione sociale, le tecnologie. Indubbiamente come in Egitto erano nate delle istituzioni rette da uno o più saggi, ed erano state create squadre di specialisti e, come leggeremo più avanti, anche dotati di nozioni di alta ingegneria.

Gli abitanti di questi territori,   con gli stanziamenti ormai fissi,  e dopo così tante generazioni, hanno dunque iniziato ad addomesticare gli animali, a coltivare i cereali a inventare l'artigianato, a costruire case, dighe, canali, barche, magazzini, edifici sacri ecc..  Nel farlo si sono formati grandi centri abitati, alcuni dei quali muniti di fortificazioni. Presente in ogni centro già un grande fabbricato fornito di silos per la conservazione dei cereali e delle bevande, segno evidente di una cooperazione e di una istituzione centralizzata molto attenta. Nelle case in muratura appaiono  macine per cereali e forni per la cottura del pane, e gli artigiani oltre la lavorazione della pietra - già da qualche millennio non più scheggiata ma levigata - hanno iniziato il neolitico preceramico (o terracotta)   fabbricando in serie oggetti di uso quotidiano sempre migliori come materiali, aspetto, forma e fattura e già con i primi accenni di un'arte espressiva.   Nell'artigianato, per i contenitori di liquidi, prima scavavano pietre, ora hanno scoperto il fango argilloso, che indurisce al sole. Poi più tardi, forse in giornate di pioggia, scoprirono mettendo i manufatti  nello stesso forno del pane che   l'essiccazione avveniva  più rapida e anche meglio.  Iniziarono così a fabbricare una sterminata produzione di vasellame e oggetti vari; dalle stoviglie arrivarono poi a veri e propri manufatti artistici ornamentali di pregevole bellezza con espressioni figurative, geometriche ed anche astratte. Dedicandosi alla bellezza, agli ornamenti voluttuari della casa e della persona, vuol dire quindi che esisteva già una prosperità molto diffusa.

Le case sono già fatte con mattoni crudi, con ambienti rettangolari, intonacate, perfino colorate, ed alcune imponenti di 6 m per 4.  Uno dei più antichi che si conoscono di questi villaggi   è quello di Qual'at Jarmo che sorge su un ettaro e mezzo nella pianura di Chamchama (Iraq settentrionale). Poco lontano in Giordania, subito dopo (8750 anni fa), sorse su quattro ettari Gerico, e a Konya in Anatolia su dodici ettari Catal Huyuk.

Ma altrettanto intensa é l'attività nella zona nord dell'Iraq - che più tardi doveva diventare l'Assiria -  e nella zona meridionale degli Zagros, dove non molto lontano a ovest sorgeranno i futuri stati di Sumer, Akkad e dell'Elam; cioè la Mesopotamia.
Un periodo neolitico questo molto intenso di cui conosciamo pochissimo. Da Bagdad a Teheran lungo la strada si possono vedere  ancora oggi migliaia e migliaia di tumuli, ed ognuno é una insediamento umano di questo periodo di cui non conosciamo quasi nulla. Un po' perchè è un Paese martoriato da guerre, e un po' perchè le rare spedizione archeologiche  hanno sempre cercato solo oggetti di valore artistico da vendere o mettere nei musei; le modeste produzioni neolitiche e i mucchi di ossa dei primi abitatori non interessa a nessuno; non certo i finanziatori delle spedizioni. 

Nonostante questo, dalle ultime scoperte qualcosa sappiamo. Sia gli Assiri che i Sumeri non erano affatto nativi dell'Assiria e della Sumeria, ma di una regione  non esattamente ancora identificata, ma comunque fra Teheran e il Mar Caspio. Qui  vi sono moltissimi insediamenti di civiltà neolitiche non ancora dissepolti. Il territorio ancora oggi è disseminato  da una rete inestricabile di canali naturali che ne fanno il "Paradiso Terrestre"  (l'etimo nacque proprio qui) della vegetazione mondiale. C'è il museo naturale dell'agricoltura mediterranea e perimediterranea. I maggiori centri della cultura intensiva sono qui. Qui l'origine di quasi tutti i frutti e le varietà di verdure che si conoscono al mondo, compresa tutta la varietà di cereali, riso, grano, segala, soia, granoturco; compresi gli agrumi, i legumi, il cotone, il tabacco, il tè, la canna da zucchero, gli olivi;   la stessa vite è stata specificatamente individuata come originaria di questa zona, nel Turkmenistan, sulle sponde del Caspio.

Insomma tutto partì da questi "Giardini" (anche questo etimo nacque qui,  e indica ancora oggi gli orti e i frutteti locali) e ogni pianta o frutto raggiunse in varie epoche sia l'Occidente sia l'Oriente (non per nulla che la pista per la Cina rimase per altri 7000 anni quella del Turkmenistan, trasformando Samarcanda il crocevia di due mondi. Da questi luoghi scesero in Oriente le piante selvatiche,  trasformando i cinesi nei migliori ibridisti del mondo.
In questi territori prosperano ancora oggi tutte le famiglie delle piante selvatiche sopra citate. Che sono in pratica quasi tutte le piante che ci sono utili nell'alimentazione vegetale.

Altrettanto per gli animali di allevamento. Sembra proprio che il nonno della pecora e della capra siano entrambi del Turkmenistan dove vive l' argali, una pecora selvatica  dei monti Elburz. I bovini, il bos primigenius é nativo di questa zona; era un animale gigante, ma gli abitanti selezionarono le specie nane e le addomesticarono. Per quanto riguarda il maiale, le più antiche ossa finora note al mondo (della Sus  scrofa)  sono quelle recuperate dalla spedizione di Coon proprio sulle sponde del Mar Caspio (a Belt).

E arriviamo alla storia dei cereali e dei legumi. Nascono qui (ed esistono ancora) le prime piante selvatiche di quasi tutti i cereali che conosciamo. Prendiamo il grano e il riso. La successiva coltivazione avvenne occasionalmente per un errore che la natura ogni tanto commette.  Nella sua forma selvatica, la pianta regolarmente giunta alla maturazione, il suo baccello inizia ad aprirsi facendo cadere i semi che si disperdono sul terreno pronti a rinascere la successiva stagione. Probabilmente non avendo altro da mangiare gli abitanti si misero (facendo concorrenza agli uccelli) a raccogliere con tanta pazienza i chicchi sul terreno sparpagliati. La lingua sumerica diede il nome all'oggetto  con il verbo chiamando il chicco  gran  o ghan , che significa appunto disperdere, sparpagliare.

Di tanto in tanto la pianta selvatica annuale subisce per alcune ragioni (es. clima) un mutamento che ne determina accidentalmente l'estinzione quando la spiga (o il baccello) perdono la capacità di aprirsi. Il chicco non cade e la pianta  marcisce con il suo stelo assieme ai suoi potenziali semi. Quando questo accade, non solo a terra non ci sono chicchi da raccogliere ma l'anno dopo in questo terreno non vi cresce più nulla. L'osservazione avvenuta forse in più stagioni, portò alla grande scoperta.
Se l'uomo interviene su questa piantina prima che marcisce e provvede al momento giusto a raccogliere i chicchi  battendo la spiga con i baccelli non aperti, non solo ottiene il prodotto da utilizzare nell'alimentazione ma può usarne anche una parte per la successiva e necessaria  seminagione. Inoltre lo può fare tagliando le spighe, e portarle  a casa, senza perdere neppure un chicco. E cosa più interessante e pratica,  seminare  vicino dove dimora.
Iniziò tutto così. I primi proto-agricoltori iraniani da raccoglitori si trasformarono in coltivatori seminatori dopo aver sgranato (!!) da queste spighe anomale i semi,  assicurandosi così non solo la pappa quotidiana ma anche il prossimo raccolto se fatto con intelligenza. Cioè ripetere manualmente quello che prima faceva da se' la piantina; cresceva, maturava, cadeva, e l'anno dopo tornava nuovamente a germogliare. 
Altrettanto accade alla piantina del riso, ai piselli, alle fave, alle lenticchie,  e a molti altri cereali, legumi e tante varietà di verdure.

Da cosa nasce cosa. E gli iraniani  dopo i primi risultati come coltivatori nei "giardini", si   conquistano  anche la fama mondiale di maestri nell'arte dell'irrigazione e distribuzione delle acque (ancora  oggi sono sotto il controllo politico). Fin da questo neolitico, non si limitarono a deviare le acque dei fiumi e dei laghi con una rete di migliaia di canali,  ma scavarono dentro le montagne grandi gallerie (le qanat )  (esistono ancora quelle fatte seimila anni fa) per portare il prezioso liquido  nei più lontani "giardini",   insegnando quest'arte al resto del mondo (E anche agli Egizi! I Romani dopo cinquemila anni. Leggi la prima parte della Storia di Roma).

La  storia dei Sumeri  inizia storicamente nel 3000 a.C., ma erano già presenti in Mesopotamia con una prima ondata migratoria avvenuta tre millenni prima. Vi arrivarono lentamente in un modo singolare.   All'improvviso poi mille anni prima di questa data (quindi nel circa 4000 a.C.) scesero in massa sulle rive dei due fiumi gemelli,   modificando l'intero territorio,  e fondandoci  poi il loro stupefacente impero.

Ma torniamo indietro nel 7000 a. C., subito dopo una grande inondazione che sconvolse le pianure dove scorre ancora oggi il Tigri e l'Eufrate.  Era questo il penultimo diluvio apocalittico che aveva spazzato via gli insediamenti del primo neolitico (l'altro quello biblico verrà dopo,  nel 6000 a.C.), ricoprendo l'intera pianura  con 7 metri di limo.
(per dare un'idea il bacino dei due fiumi è 14 volte più grande del Po, e la pianura mesopotamica 10 volte più vasta della Pianura Padana)
Poi le acque ritirandosi avevano dato origine a una miriade di canali instabili e gli stessi due fiumi gemelli avevano preso corsi diversi rendendo invivibile la zona, anche se nella catastrofe erano quasi morti tutti.

Dobbiamo riflettere su questo particolare: Se nel Basso Nilo e nel grande immenso delta    le alluvioni dopo l'estate,  cioè in settembre,   depositavano il prezioso limo (ricco di minerali) e rendevano il terreno una immensa palude incoltivabile, le inondazioni mesopotamiche essendo subito dopo l'inverno, in aprile, depositavano  l'altrettanto prezioso limo ma rendevano il terreno  un deserto   incoltivabile per l'improvvisa evaporazione estiva. (non dimentichiamo che il limo è una sabbia finissima mineral silicea, ma non un humus).

Questi primi "Sumeri", residenti  da alcuni millenni in quella zona più sopra descritta, se già godevano   di una rigogliosa  vegetazione spontanea, selezionandola e poi curandola, ottennero poi migliori risultati.  Una ricchezza  alimentare che sostituiva eccellentemente quella carnea (diventata da alcuni secoli difficile da procurarsi) o che alternandola più per necessità che per scelta, (anche se non lo sapevano ancora scientificamente) cedeva all'organismo i più importanti  minerali, amminoacidi, carboidrati, vitamine e in alcuni casi sostituiva anche le proteine animali come i legumi che avevano scoperto e cominciato a essiccare. Ma non solo era stata scoperta dai questi neolitici l'alimentazione a base vegetale con al primo posto i cereali (ricchi di amidi, e quindi presiosi zuccheri), ma avevano  - come abbiamo letto più sopra - scoperto come riprodurli a volontà mediante la semina nei luoghi che ritenevano migliori; terreni soffici, facili da lavorare, sabbiosi,   umidi, costantemente irrigati.
Il clima l'avevano, le piogge nelle stagioni giuste pure e possedevano migliaia di varietà selvatiche da selezionare seminare mettere a dimora. Ma l'impressionante numero di insediamenti in questa zona ci fa presumere  che  l'abbondante e ricca alimentazione causò anche un'alta natalità. Per alcuni gruppi questo  rappresentò il motivo di mettersi a cercare altri territori da colonizzare.

Quando alcune spedizioni scesero a sud dei monti Elburz e scoprirono  la grande enorme spianata alluvionale dei fiumi gemelli nella zona tra le odierne Samarra, Bagdad, Bassora, dove i due fiumi scendono quasi paralleli,  trovarono il terreno più ideale esistente al mondo. Era secco, ma era limo,  e ai lati  c'erano i due grandi fiumi, e in mezzo migliaia di piccoli e grandi laghi che chissà con quanti "diluvi" precedenti si erano formati. Il cataclisma del resto aveva spazzato via ogni forma di vita, era un deserto, e quale  migliore occasione per prenderne possesso. Fecero così la loro prima grande migrazione. Nell'arco di mille anni (40 generazioni) scavarono una rete infinita di canali, calcolati con tanta abilità sia per la distribuzione dello spazio sia per la pendenza, che ancora oggi la più grande aspirazione del governo iracheno è di riportarli alle condizioni originali. Nessun ingegnere moderno potrebbe ideare un sistema migliore. Destarono queste opere idrauliche grande ammirazione nell'antichità, e ancora oggi appaiono straordinarie.

Diversamente dalle opere che esistevano in Egitto che erano limitate a regolare piccoli e brevi canali laterali per irrigare i terreni ai bordi limitrofi del fiume seguendo la direzione della corrente del Nilo, quelli mesopotamici erano traversali, molto larghi.   Erano riusciti perfino a unire i due fiumi, poi controllando il flusso delle acque, oltre che ampliare le aree coltivabili con una rete di  medi e piccoli canali,   i due corsi d'acqua erano perfettamente navigabili.
Dal Golfo Persico si poteva quindi risalire l'Eufrate fino all'altezza della odierna Bagdad; poi con un canale attraversarla portarsi sul Tigri e scendere nuovamente al Golfo Persico, dove stava nascendo un grande città portuale Eridu che teneva con le Isole Bahrain i contatti con tutte le coste bagnate dal Mare Arabico e quindi anche dell'India.
Da montanari che erano, i primi "Sumeri"  divennero coltivatori, ingegneri, artisti, e i più esperti navigatori fluviali e anche marinari. Grandi scambi quindi commerciali con le coste Arabe (Yemen, Oman, mitico regno di Saba) e le coste dell'India, viaggi di esplorazioni dentro il Mar Rosso, e primi contatti con gli egiziani. Siamo nel 5000 a.C.

Secondo molti esperti, in questo periodo, grandissima è l'influenza in Egitto di questi stranieri (Sumeri? quasi con certezza). Influenza su quella etnica (troviamo ora in Egitto una contemporanea presenza  semitica e camitica);  culturale (nella lingua egizia alcuni vocaboli sono iranici); marinara (compaiono le prime barche con la prora diritta come quelle del sumerico Golfo Persico); ceramica (cambia totalmente la composizione, il colore, la decorazioni); e iniziano gli egiziani dopo il loro arrivo la tecnica delle costruzioni a mattoni. L'Egitto infatti, usava ancora le capanne, e solo per gli edifici pubblici o i monumenti si impiegavano le pietre, mentre i sumeri che di pietre da costruzione nella vasta pianura non ne possedevano, avevano  da duemila anni   inventato i mattoni di argilla cotti al sole; una tecnica ancora sconosciuta agli egiziani.
Ma l'apporto più grande che andò a modificare l'intero territorio egiziano dopo il loro arrivo nel 5000 a.C., e dopo questo primo contatto, é la sorprendente e straordinaria ingegneria idraulica. Sono loro (la tecnica è identica e avviene in Egitto improvvisamente) a realizzare  come in Mesopotamia, il labirinto di canali (questa volta non per irrigare ma per far defluire le acque stagnanti) che restituirà nel corso di 2000 anni, gli ultimi 600 chilometri del Nilo; un territorio abitabile fino al Mediterraneo, dove poi nel 3100 a.C. su questo nuova terra sorgerà il regno del Delta.    All'inizio uno stato minore, fondato da questi stranieri più evoluti e desiderosi di svilupparsi e di espandersi  nella valle del Nilo, poi destò forse gelosie.
Forse arrivati per commerciare, in seguito decisero di  scegliere questa terra quasi disabitata  per insediarsi iniziando i grandi lavori idraulici,  visto che le possibilità di ricchezza che la terra e il clima offrivano, c'erano tutte.
Sembra proprio che questa colonizzazione straniera in molti aspetti ricalchi quella già fatta in Mesopotamia.

Nell'anno 3200 lo Stato Delta (quello che sarà poi l'intero Basso Egitto) è già uno regno ricco, forte ed organizzato, meglio del Regno Alto, ancora arcaico ma con molti più abitanti,  ed infatti forti di questa supremazia numerica il loro re scatenò la prima guerra della storia per impossessarsi del Basso Egitto. Chi dei due re fu il vero vincitore non lo sappiamo, la scrittura non esisteva, e la storia proto-dinastica è ancora oscura.   Sappiamo del leggendario  Scorpione e qualcosa di più sappiamo del suo successore, il semi-leggendario Menes,  re dell'Alto Agitto con capitale This.  Sappiamo però che  la fine di questa  guerra coincide con    l'unificazione dei due regni e lo spostamento del centro politico dall'Alto Egitto al Basso Egitto e con Menfi nuova capitale. Qualcosa di insolito doveva essere accaduto.

Semi-leggendario Re Menes, perchè improvvisamente dopo la guerra con il Delta e l'unificazione dei due regni si ha qualche notizia, inizia la prima documentazione storica: intanto compare il sigillo cilindrico che può essere arrivato solamente dalla Mesopotamia, ed insieme compare la scrittura geroglifica a pittogrammi  ma sempre concettualmente di tipo sumerico, anche se entrambi i due paesi ne rivendicano ancora oggi  l'invenzione (ma sembra che dopo la scoperta delle Tavole Tartarie in Tracia, uno dei due abbia copiato proprio dai Traci, l'idea della scrittura e anche l'idea dei sigilli cilindrici.

Quella alfabetica (ma meglio dire sillabica) geroglifica
a pittogrammi egiziana anche se priva di relazioni morfologiche, mostrano, nei principi impiegati, alcune affinità che possono non essere semplicemente fortuite, tanto più che compare contemporaneamente a questa guerra che Menes chiama "contro gli stranieri" (!) .  Sarebbe più esatto ritenere che i Sumeri stimolarono e concorsero allo sviluppo della loro scrittura. Quella egiziana, che esisteva  (pittografica come  quella ancora delle caverne - un disegno corrisponde a un oggetto reale - detta anche ideogrammatica) - non trovando riscontro a un valore fonetico  la adattarono per creare  con i principi basilari mutuati dai sumeri delle corrispondenti  sillabe capaci di costruire con poche figure simboliche i fonemi necessari (detta quindi fonogrammatica). Ora che sappiamo decifrarla è molto più semplice da usare di quanto non appaia. La difficoltà non sta nel leggere per capirne il significato (che rimase quasi sempre figurativo) ma è nel pronunciare i vocaboli in lingua egiziana.
Per dire ca-po potremmo inventarci il disegno di  casapomo utilizzando le prime due sillabe come facevano gli egiziani. Ma casa e pomo in egiziano si pronuncia in un altro modo e non potrebbero mai costruire la parola egiziana capo corrispondente a due fonemi che sono ovviamente diversi in egiziano.

Insomma in un centinaio d'anni avvengono in Egitto nel periodo della unificazione molti mutamenti, culturali, linguistici, politici e sociali. Iniziano i periodi dinastici di cui conosciamo l'intera cronologia perchè con  la scrittura nasce anche la storia scritta in geroglifici
(ieroglifica", cioè lettere sacre incise, cioè  ierocratiche (da ierocrazia = dominio della casta sacerdotale). Nello stesso periodo gli egiziani apprendono alcune tecniche  per ottenere il bronzo. Hanno il rame nel vicino Sinai, ma alla lega bronzo necessita lo stagno, ma  in Egitto e neppure nel vicino Sinai non esistono miniere di questo metallo. Queste erano, guarda caso, sul Caspio, sui Monti Elburz, la culla dei Sumeri.

Il ruolo preciso svolto in Egitto da questi primi invasori "sumeri" tra il sesto   e il terzo millennio a.C. non è ancora chiaro fino ad oggi, non esiste storia scritta ma solo pochissimi reperti; e del periodo protoceramico nell' Egitto Antico, in quello Alto,  quasi nulla, non perchè non ci sono, ma nessuno ha dissepolto qualcosa, perchè  interessa poco. Si cercano i tesori e non la paccottiglia, che invece svelerebbe molti misteri
Che abbiano  modificato i "sumeri" con il loro arrivo il regno e le antiche dinastie dell'Alto Egitto è ormai una ipotesi abbastanza credibile. Quasi certa. Ultimamente nel Delta alcune necropoli hanno restituito scheletri di uomini molto più alti di statura degli egiziani, inoltre con una struttura più massiccia e i crani più larghi che lunghi, anatomicamente identici agli iraniani del nord. Infine abbiamo il più famoso manico di coltello in avorio (è oggi al Louvre) trovato a Gebel el Araq del periodo protodinastico. Il rilievo presenta un uomo barbuto in abito sumerico che separa due leoni. Questa scena era riprodotta con frequenza nella patria dei Sumeri con i sigilli cilindrici  e rappresentavano Gilgamesh. Cilindri che anch'essi con la prima dinastia (dopo la guerra con "gli stranieri") diventarono di uso comune   anche in Egitto riproducendo in certi casi fedelmente  il disegno e il bassorilievo in stile sumerico (come nel manico di coltello). Infatti improvvisamente i disegni  diventano nel 3000 a.C. in Egitto prospettici, cioè con le figure non allineate ma sovrapposte. Uno stile usato solo dagli scultori sumerici molto prima del 3000 a.C.

Resta il fatto che gli studiosi fanno terminare in questo periodo le due  culture dell'Egitto: la Badariana Nagada I dell'Alto Egitto (piuttosto arcaica) e la Ateriana Faiyum libica presente nel Basso Egitto  del tutto diversa. Con l'arrivo degli "stranieri" gli studiosi unificano una cultura - prima ancora che si unirono i due regni con la guerra - chiamandola  Nagada II.
Inizia un periodo completamente diverso per l'intero Egitto. La cultura Nagada II dal Delta (ora Basso Egitto) risale il fiume fino alla Nubia mentre dalla Nubia e Alto Egitto inizia  a scendere la popolazione ricca verso il  Basso Egitto attratta dallo splendore delle grandi città che sono diventate ora il nuovo centro politico, con una grandiosa struttura burocratica, minuziosa e pedante; allo stesso modo  quella religiosa, onnipresente in tutte le attività. Ma entrambe chiuse al progresso e ai commerci. Alcuni contatti,  ci sono stati,  ma solo per pochissimi acquisti sporadici di oggetti di lusso per i faraoni.  Le navi egiziane (sempre rimaste arcaiche e inadatte) nel corso dei successivi 3000 anni (quindi nell'intero arco della storia egiziana) usciranno rarissime volte dalla foce del Nilo pur avendo davanti un Mediterraneo, con le sue coste in fermento, e a fianco un Mar Rosso aperto a tutto il mondo orientale. La negazione agli scambi   commerciali con l'esterno (di conseguenza anche quelli culturali e tecnologici)   é dunque  dimostrata dalle pochissime cose che uscirono e  che entrarono in Egitto. Nemmeno in seguito con i Fenici. Del resto non avvertirono mai la necessità di avere una moneta, di mutuarne l'alfabeto, nè avevano il desiderio di conoscere il mondo che li circondava.

Chissà per quali motivi, nonostante tante  maestose e perfino inquietanti bellezze, l'Egitto si chiude nel suo grande ma "piccolo" mondo per tremila anni. Più che un popolo conservatore, i reali e i governi si dimostrarono ottusi. E desta meraviglia che i costruttori delle piramidi avessero a disposizione una scienza così ingenua in certe sue parti, soprattutto così priva di teorie e di regole per risolvere problemi pratici. Si occupavano di agrimensura, di catasto, sapevano calcolare superfici e volumi anche complessi, tenere in perfetto ordine i registri delle amministrazioni erariali.....ma per tremila anni non apprendono la più banale moltiplicazione; nella divisione conoscevano solo quella del due;  e le frazioni conoscevano  solo quelle che hanno l'unità al numeratore. Non possedevano nessun manuale di aritmetica semplice a livello di scuola elementare odierna.
Sembra incredibile che per moltiplicare un semplice 146 x 68 addizionassero 68 volte il 146; e che per dividerlo, seguitavano a utilizzare il 2 tante volte. L'area di un triangolo rettangolo di 10 x 4 richiedeva una intera pagina di geroglifici di spiegazioni per ottenere un banalissimo 20. Tutto questo per  quasi tremila anni. (tutto il tempo del nostro Impero Romano, del  nostro medioevo e del nostro Rinascimento moltiplicato per due!).

Inoltre sembra proprio che l'agricoltura, alcuni tipo di cereali,  genere e specie di frutta e di verdura, e alcuni animali domestici siano stati introdotti proprio da questi primi "sumeri" con un ritardo di almeno due tre mila anni rispetto ai centri in via di formazione non lontano dal delta del Nilo.  Non dimentichiamo che nella vicina Palestina, Libano, Siria, in villaggi  risalente al 8.500 a.C. sono state rinvenute macine a ruota per cereali. Mentre compaiono in Egitto dopo 3000 anni, solo nel 5000 a.C. (e questo dimostra la "chiusura" al mondo circostante fino a   quando arrivarono i provvidenziali   "stranieri")

Non siamo quindi affatto sicuri che la coltivazione e l'agricoltura fu un'invenzione autonoma degli egiziani, e che prima di questa pacifica invasione di "tecnici", loro  la praticassero.  Il mistero che circonda questo periodo resta. Anche se sono gli stessi egiziani a documentarcela in una forma involontaria quasi criptica nel successivo testo Libro dei Morti , che ha sempre fatto perdere la bussola agli studiosi filo-egizi.

Si narra infatti su questo Papiro la più nota e antica leggenda scritta (é a Torino al Museo Egizio - assolutamente da visitare!).  E' quella di Osiride, che arrivato dal NORD (!)   introdusse in Egitto l'agricoltura, l'allevamento del bestiame, le arti e i mestieri. Dopo la sua morte - si narra -  il suo spirito era ritornato nella sua patria, una zona ricca di cacciagione, con ogni tipo di animali  e ogni genere di frutti; era ritornato nel suo "paradiso terrestre"; e lì riceveva le anime dei morti dei giusti e dei buoni. La patria di Osiride  - si racconta - era a Nord, in una regione circondata da alte cime, alcune delle quali vulcaniche. Al di là delle montagne vi era un enorme lago; al di quà   tra le montagne e le pianure   una rete di fiumi e di canali d'irrigazione. All'intorno  una fitta foresta, mentre lontano dai monti e dai "giardini" (così si chiamano orti e frutteti in iranico, Ndr) coltivati, si stendeva a est il deserto. Nulla in questa descrizione ricorda una zona dell'Egitto. Non esiste un posto del genere.
La zona invece corrisponde esattamente alla zona dei monti Elburz. Una catena vulcanica innanzitutto con alte cime fino a 5671 m.; a nord c'é il grande "lago" Caspio, zona umida e nebbiosa,  e a sud riparata dalla stessa lunga e alta catena di montagne c'è il "giardino" il "paradiso"  iranico, disseminato di fiumi e canali d'irrigazione. Qui esiste quasi tutta la flora e la fauna che conosciamo sulla terra. E lontano dai monti, a est c'é il deserto iranico di Lut.

L'estensore di questo testo o il sacerdote, o lo stesso faraone (e molti avanzano questa ipotesi)  forse di antiche origini sumeriche  integratisi da generazioni in Egitto, probabilmente pensava alla patria dei suoi avi,  e osservando intorno l'arido e piatto paesaggio desertico egiziano, richiamava alla mente il  luogo d'origine    rimasto certamente scolpito nel suo cuore da conoscenze forse   tramandate oralmente dai suoi avi da chissà quanti secoli  in una forma di malinconica reminescenza.

Ma cosa strana, quando i Sumeri iniziarono anche loro a scrivere la leggenda del proprio passato (come la leggenda di Ghilgamesh) verso la fine, all'approssimarsi della decadenza e scomparsa totale del loro impero, nella ricca produzione letteraria c'è la stessa malinconia romanticistica.  Accennano al "paradiso"  perduto, da ritrovare, e a quello che aspirano dopo la morte (un tema questo ricorrente all'interno della religione dei Sumeri - fino a quella Parsista indo-persiana) e lo collocano questo paradiso nello stesso luogo riportato nel Libro dei morti egiziano: nei "giardini" iranici, nel "paradiso", dove cercano invano fra tanta vegetazione lussureggiante l'albero della vita, dell'immortalità (da non confondere con quello biblico della conoscenza).

Ma ritorniamo in Egitto. Nei secoli successivi, la Civiltà Egizia rimase chiusa, con strutture più semplici perchè meno complicate, essendo dislocata su  una sola linea-solco percorsa da un unico fiume, mentre la Civiltà Mesopotamica policentrica   passò gradualmente (ma anche con grandi salti traumatici) attraverso varie dominazioni:  il baricentro dopo gli Assiri e i Babilonesi  iniziò a spostarsi verso quei Paesi che venivano a stretto contatto tra di loro, alle volte per cooperare, ma spesso con le ambizioni di dominarli. Spesso riuscendovi.

Comparvero così i pionieri della lavorazione del rame, del bronzo e del ferro,  poi comparve l'introduzione del cavallo e del carro, che se da una parte favorirono lo sviluppo, dall'altra diedero l'impulso alla forza delle armi  nelle perturbazioni politico-sociali.

Iniziarono quindi i governi e i commerci, e la crescente complessità di entrambe le due attività arrivò fino al punto in cui la scrittura divenne una necessità nel redigere leggi o contratti, e l'idea-invenzione sumerica, fu in seguito migliorata, e infine anche sostituita. Alcuni regni, a turno, si allargarono fino a creare le condizioni favorevoli al sorgere degli imperi e a complesse organizzazioni dello Stato, che se prima  per l'amministrazione che gestiva il territorio erano solo obiettivi  logistici , dopo ebbero un secondo scopo, quello della sicurezza interna,  la difesa dai nemici esterni a cui il territorio interessava per estendere il proprio dominio.
Iniziano le prime guerre. Quindi nasce una civiltà guerriera.
Nacquero così le prime distinzioni di classi, al primo posto  l'aristocrazia militare (all'inizio il re e la sua famiglia molto numerosa), poi la classe media (funzionari, artigiani, proprietari di terre, mercanti) e infine  la popolazione addetta ai lavori umili, cui si aggregarono poi con le prime guerre di conquista le popolazioni vinte rese schiave.

Queste divisioni corrispondono alle differenziazioni e ai mutamenti politici, che nel corso della Storia - che ora va iniziare -  ritmano, sotto la pressione di forze interne ed esterne, la stessa Storia; "dell'umanità" (!?).

Termina così la Preistoria. L'Uomo della Pietra scompare. E termina la vera Storia dell'Umanità naturalistica, che d'ora in avanti diventa Storia di Popoli   individualisti ed egocentrici,  dove ognuno cammina per conto suo,   spesso marciando sugli altri con arroganza.  Faranno della propotenza un'arte, dell'ipocrisia un culto, sull'ignoranza inventeranno una liturgia; e si occuperanno del proprio interesse che chiamano tuttavia del popolo ,   non curandosi assolutamente degli altri.  A guidarli  quasi sempre un uomo che è convinto di essere un dio, e che il popolo ritiene il più saggio, il più illuminato, il più giusto,  il più perfetto, il più onesto, il più "civile". A suggestionarlo c' é il condizionamento ideologico, e quello religioso e, nel caso si atteggi l'uomo comune a critico, é costretto con la forza al giogo; con la forza delle armi che convincono e vincono. E normalmente chi ha queste ultime ha dietro di se' denaro e ricchezze, i mezzi e gli uomini migliori che usano queste armi, e ha i servili sacerdoti, che con altre armi - quelle psicologiche  - minacciano le ire delle divinità e terrorizzano fin quando non  sottomettono il popolo minuto alla volontà del potente,  che è poi quello che dà ai soldati e ai sacerdoti, prebende, benefici, privilegi.

I potenti affermavano sempre che è per dare regole al progresso civile. Purtroppo non é stato così negli ultimi 5000 anni, e in certi casi anche con personaggi della cronaca del nostro tempo non é affatto così.

Era appena iniziata la CIVILTA'
, era appena morto il primo re dell'Alto Egitto, Scorpione; non era ancora iniziata la prima Dinastia, che già su una tavoletta d'ardesia ci  lasciava trionfante il suo successore re Narmer la prima testimonianza scritta di una guerra contro gli abitanti del Basso Egitto. Cioè contro un insieme di famiglie umane; non animali; ma "fratelli" che si erano insediati sul Delta.
Il bassorilievo commemorativo di questo re,  mostra le teste mozzate, i prigionieri deportati per farne schiavi, e lui   altezzoso che passa in rassegna i suoi soldati "vincitori".
Da allora, nella storia contiamo 27.450 guerre disputate;  non fra animali famelici, ma fra umani dotati d'"intelligenza" che combattevano altri "intelligenti" .


Quando i potenti di un popolo usarono questa tecnica per eliminarsi a vicenda, per i recalcitranti pacifisti ci fu solo disprezzo, il bellicista s'inventò le frasi ad effetto. "L'uso della forza é giustificato per consolidare la pace", "La violenza é moralmente cattiva, ma la codardia é peggiore", e aggiungevano    "Un impero fondato con la guerra, con la guerra deve mantenersi". E dato che a partire da questo 3000 a.C. nessun impero è mai stato fondato senza una guerra, la civiltà moderna ha scelto solo questo mezzo e l'ha portato al suo più alto grado di efficienza senza mai arrestarsi;   si arresterà quando questa efficienza raggiunto il suo livello più alto,  porrà fine alla stessa civiltà.